Quando non si poteva contare fino a 194

 

La casa clandestina era in palazzo

salimmo scale, obbligate a non leggere

cognomi veri ai campanelli

a non vedere

fiocchi rosa o azzurri sulle porte

a non sentire alcun suono

di parole verseggiate per insulto

 

Ognuna, dei mobili in salotto, e delle altre

non ne notò la forma, ma intatto

resterà a vita quel ricordo, di come

si cercassero tra loro

le punte

irrigidite di ogni scarpa

 

Ognuna, entrò sola nella cucina

il tavolo puzzava di cipolle

triturate per un sugo, raffinate

con la carne e le sue spezie

il giorno prima

 

Ognuna, su quel tavolo

si spogliò solo le gambe

 

Il lutto era rosso nella vasca

embrioni da lavare a candeggina

o polvere abrasiva

acqua calda per un prossimo turno

atteso a testa bassa

taciturno

 

Scendemmo scale

obbligandoci a non leggere

cognomi veri ai campanelli

a non rubare

fiocchi rosa o azzurri dalle porte

a non sentire alcun suono

di parole verseggiate per insulto

 

S.D.M.

 

Anna Maria Capraro con Mariangela Sedda

Nel vuoto arioso del mondo – Mariangela Sedda (ed. Il Maestrale 2011)

Ogni volta che si legge un libro, un bel libro, ci si rivela un’anima, una sensibilità particolare, inevitabilmente ricchezza cui attingere.

Ma, come ben sappiamo, spesso sono i libri a leggere noi, ed io debbo confessare che scorrere le pagine di quest’opera è stato compiere un viaggio dentro di me, un addentrarmi nei giorni di un tempo trascorso. Era la mia storia, quella dei miei anni e del mio scoprire la realtà; era, nella sua prima parte, il rivivere di un mondo e di una cultura ancora radicati nella propria ragione d’essere, ma pericolosamente vicini all’inesorabile mutazione che li avrebbe portati via per sempre.

Perché questo è molto più che un libro di racconti a tema, e le delicate sfumature del romanzo di formazione individuabile tra le sue righe arricchiscono i colori un affresco della memoria che ci consegna scorci quotidiani, ritratti di varia umanità, fotogrammi di interni, quadri, cartoline .Il tutto reso con pochi tratti, lontani da indugi o compiacimenti descrittivi, con quella intensa e raffinata semplicità che da sempre caratterizza la scrittura di M, capace di tessere l’ordito della condizione umana nella quotidianità di esistenze povere di eventi, tasselli importanti per una penna che da sempre analizza nel profondo le mutazioni antropologiche che la storia sembra passare sotto silenzio, così come fa con i sentimenti e le vite individuali .

Ma si sa, certi libri sono il nostro album di famiglia, il nostro patrimonio genetico.

Vita etica e civile, sentimenti ed emozioni, tutto viene e viene da essi intensificato .

L’opera prende il titolo, è chiaro, da una frase de “Il treno ha fischiato”, celebre novella di Pirandello, ma il vuoto arioso che qui si offre all’immaginazione sono i grandi spazi e l’infinità di mondi che la lettura ci regala. Da percorrere, sperimentare, fare nostri.

La struttura che Mariangela ha voluto conservare, nonostante l’allettante proposta della Martini e Castoldi che si offriva di pubblicare la storia modificandola, crea una straordinaria varietà di percorsi, un infinito gioco comunicativo con il lettore.

Ma soprattutto riesce (e mi si passi il termine terribile), a deculturizzare la lettura, restituendole la sua funzione originaria, che è erotica nel senso più autentico del termine, quale pulsione di vita. Perché la lettura crea. Crea il mondo intorno a noi, gli dà forma e colore, ne amplia gli orizzonti, accende l’amore per la vita offrendoci opzioni altrimenti impensabili. Ed è soprattutto creatrice del nostro essere, in quanto determina ed intensifica il nostro processo di articolazione della realtà e ci educa alle emozioni.

Lo tocchiamo con mano tutto questo, attraverso le esperienze di quell’io pronto a mutarsi in tu che focalizza, nella scoperta delle “Lettere a Milena” di Kafka le proprie inquietudini adolescenziali ed il distacco dalle certezze granitiche e spesso superficiali dei propri coetanei, mentre Sartre offre risposte diverse alle sue aspirazioni.

E ci permette di capire come, in una sola notte, la lettura di S. Satta e del suo “Il giorno del giudizio faccia emergere le sedimentazioni profonde delle proprie radici quando richiama su “dal fondo dell’anima la cultura materna, -che, scrive l’autrice, è -“preistoria e radice dei miei sentimenti: substrato, limo, linfa, segreti e benefici”. Mentre si rafforza e rimane intatto il nucleo più profondo dell’io, quello che, solo, ci induce a resistere ai tentativi esterni di conformismo e livellamento per mantenere intatte le aspettative sul nostro ruolo nella vita.

L’opera si divide in due macroparti.

Nella prima il narratore, attraverso il suo personalissimo processo di maturazione , racconta il nascere del suo patto segreto con i libri, oggetti dalla vita fisica autonoma che spesso si svolge in epoche diverse di cui conservano sempre traccia e palpiti, tanto da farci improvvisamente ritrovare tra gli orrori di una trincea sull’Isonzo. E, insieme, il piacere, tutto proustiano, di riaccendere sensazioni perdute, come sentirsi avvolti dai nembi rosati dei petali di un albero di Giuda in un assolato pomeriggio cagliaritano.

L’itinerario, costellato di ricordi, intuizioni, scoperte e riflessioni ricamate con grande leggerezza ci mostra, in controluce, il ritratto di una società e la storia dei nostri trascorsi. Gli anni del secondo dopoguerra, con la svolta epocale dall’immobilismo alla modernità, verso la società dei consumi, quando i nostri paesi cambiavano pelle.

C’è il respiro dell’Italia che riprendeva a vivere.

In ordine alfabetico sfila di fronte a noi tutto un mondo capace, per chi appartiene alla generazione di Mariangela, di evocare ricordi d’infanzia.

Che emerge con forza e con delicatezza, perché le competenze narrative, filosofiche e sociologiche di M. si vedono tutte, in quel quotidiano fatto di storie minime, di accadimenti semplici, dove tutto concorre a creare atmosfere.

M. percorre i nostri decenni attraverso cose semplici, dettagli, oggetti. Un frigorifero, gli alti scaffali in noce del prozio canonico, i mobili massicci e scuri che nelle case signorili resistono al diffondersi di quelli svedesi, in teak chiarissimo, le aule tristi e grigie ricavate da vecchi edifici umbertini, le passeggiate delle domestiche il giovedi sera, il loro ritorno a casa per la spiga, le figurine di calciatori e di attori che si scambiavano a scuola.

Ritroviamo, chiarissima, la funzione allora ricoperta della lettura attraverso il controllo delle istituzioni e della scuola, l’uso pedagogico del libro e la sua creazione di una memoria condivisa e di un collettivo senso comune in anni di difficile ricostruzione politica e sociale.

Che dire poi dell’agiografia più di quanto non racconti quel piccolo capolavoro che è “Devozione”, con quel “Manuale di Filotea” diventato difesa contro gli assalti della vita, regola e ritmo per scandire le giornate secondo un ordine tanto rigoroso quanto rassicurante da opporre al disordine della vita.

Come sempre attentissima a quanto vive la nostra terra, Mariangela ci offre una panoramica disincantata della produzione sarda, e quindi, oltre le vette, anche le pubblicazioni perennemente in bilico tra il turistico e il letterario, quel dannunzianesimo deteriore “ che non risparmia neppure la solitudine dei nuraghi”, ma soprattutto i piccoli e fondamentali libri di poesia sarda, che riescono ad arrivare ovunque per le vie più diverse, in una sorta di ideale quanto vitale stoà che attraversa l’isola.

E c’è inoltre, in pagine di alta e quasi surreale poesia, il simbiotico rapporto tra Storia e storie.

La seconda parte ci offre invece, sempre in ordine alfabetico, i segreti di un’autentica “scuola di lettura”.

Ed ecco esperienze, racconti in flash back, riflessioni ed illuminazioni.

Forse le scintille che hanno animato la vita di un’insegnante che amava tanto i libri da far dire ai propri ragazzi che solo in un libro avrebbe potuto essere seppellita . E qui l’io narrante, che ha ormai raffinato la propria passione per la lettura, riesce a trasmetterla agli alunni di istituti disastrati come piacere puro, alla Nabokov, e cioè misurabile con il brivido che provoca sulla schiena.

Ma ogni esperienza estetica, si sa, si traduce in pietra fondante di un’etica solida, forse di più di quanto non permettesse quell’indistinto pozzo della letteratura, comunque amatissimo, che erano i testi scolastici degli anni 50, concepiti ad uso edificante.

E così ragazzini prima affascinati unicamente dal rombo dei motori e dal sangue grondante dei romanzi horror, si aprono all’empatia con“la metamorfosi” di Kafka, che diventa mitico come Vasco, mentre “I morti” di Joyce incanta i cuori di sfarfalleggianti mariposas.

E si può sognare di salvare l’editoria in crisi con i nove libri che l’amata insegnante fa comprare in un anno.

Il che, a pensarci bene e facendo il calcolo di tutti gli studenti di tutte le scuole, forse non è un’idea del tutto peregrina.

Ma questo il libro di Mariangela non lo dice.

 Anna Maria Capraro

E2

Quando hai diritto all’esenzione ticket e ti rechi presso un Laboratorio di analisi mediche, oltre ad andarci da ammalato ci vai anche con il marchio “miserabile” scritto in fronte. Questo se non sei ancora entrato nella fascia “pensionato”. La sottoscritta rientra nella fascia “miserabile”. Non ho vergogna alcuna a dichiararlo: sono una scrittrice e una cantora povera, con ciò che ne consegue. Ovviamente spero in tempi migliori nei quali poter pagare il ticket per contribuire magari ad aiutare chi più bisognoso di me, ma per ora l’aiuto serve a me.

Ciò che mi preme raccontare oggi, comunque, non è il mio attuale stato di difficoltà, bensì la tristezza che una fila di tre impiegate al bancone del Laboratorio degno adesso di essere citato mi ha lasciato. Partiamo da un annetto fa, quando l’esenzione ticket mi era stata rifiutata in quanto, Lei è una lavoratrice autonoma!, e io, Ma ho un reddito inferiore a quello percepito da un pensionato sociale!, La legge è la legge, non le spetta.

Per un anno intero mi sono ritrovata senza esenzione ticket. È ovvio che ci si ammala proprio quando non dovrebbe capitare (non dovrebbe capitare mai, lo so, ma insomma, cercate di capirmi). In un anno, tra lastre, esami del sangue e della pipì, mammografie, visite ginecologiche, controllo tiroide, oculista, visitine per attacchi di spavento presso il Pronto Soccorso, etc., ho visto i miei risparmietti di anni scomparire nelle mani di persone con camici bianchi. Devo dire che, quando si paga il ticket, tali camici bianchi sono abbastanza cortesi. Non so perché. Non so se loro ricevono una percentuale, o se il loro stipendio giunge direttamente dalla cassaforte dei ticket, non lo so. Ma non credo. Ebbene, tornando al Laboratorio di analisi citato all’inizio, insomma, sono una loro cliente e sempre sono stata accolta con cortesia, fino a quando nei giorni scorsi ho esibito una ricetta con la sigla E2, cioè la sigla del “miserabile”, benché ancora non arrivato a diventare un rifiuto da pensione.

Lo ottengono i poveri, l’E2, e solo se trovano un impiegato A.S.L. che si accontenta dell’autocertificazione sulla pochezza del tuo reddito. Uno che ti crede e non ti caccia via a calci in culo dal suo ufficio maleodorante di pigrizia (come mi era precedentemente capitato). Dicevo. Sono quindi andata al mio Laboratorio di fiducia con la ricettina e il vasetto della pipì (e già uno si imbarazza sempre di avere in mano un succo così personale di sé), va beh. Tralasciamo che sulla porta del Laboratorio c’ero dalle 6.30 del mattino, affamata, perché dopo uno sviene. Tralasciamo che ci andavo abbastanza incazzata a causa della febbrina che mi è compagna da un po’ di tempo. Tralasciamo. Ma non posso tralasciare che le tre impiegate al banco, non appena letto sulla mia ricetta il codice E2, si sono fatte spegnere il sorriso di gentilezza sulle bocche spalmate del rossetto che ci si mette dopo aver fatto la colazione, Metta una firma qui, mi hanno ordinato scortesemente senza neppure augurarmi il buongiorno come sempre era capitato, e, Questa analisi non la può fare. Perché mai?, chiedo io, Perché il suo medico di famiglia non l’ha scritta correttamente, Che analisi è?, domando ai volti delle parche. Rispondono in coro, acide, Quella sulla mononucleosi. E io, Quindi avete capito che cosa chiede il mio medico curante. Risposta, Certamente, ma per un E2 va scritta in altra maniera. E io, Ah, e quindi? Risposta, Se vuole farla deve pagarla. Risposta, Non la faccio. Risposta zitta delle loro facce, Cazzi suoi se crepa.

Avevo voglia di raccontare questa banale vicenda. So che è poca cosa in una Italia di suicidi. Forse morirò di mononucleosi e il mondo non cambierà di una virgola. Però credo che il mondo cambierebbe almeno di un soffio se chi, in questo preciso momento storico con la fortuna di avere uno stipendio, evitasse almeno di disprezzare chi fatica a vivere.

 

S.D.M.

 

Amarti, José

Che davvero crolli la Torre in cui si era sperato il linguaggio comune

le differenze amate e colte le rose trapiantate in orti in recinto

di dimore a gelosie serrate proprietà zannute

mentre l’elefante di Saramago pesato un giro di valzer in gondola

s’addormenta sui letti che amano Lisbona e il loro libraio eroe della poesia

 

li udite i pianti dei giardini in Palestina?

delle rose piovute da Babele rimaste in nuvola scacciata dai mortai?

 

dio non permise la noia che avrebbe troppo potuto imitargli l’esistenza

soffiò sulla razza frantumandola in pelli di colori differenti

le lingue ricoperte da patine incomprese ai medici e ai caprai

le gole afferrate a vita dall’insulto della mano più astuta

un oppio d’attrazione o repulsione fu maschile o femminile

 

le pietre di Gaza basite in terra

nidificano da uccelli dentro i pugni dei bambini

 

ai massacri seguono le ruggini dei ferri con le sanatorie alla memoria

bagni in latte bianco e fu tonalità di sbaglio

della ragazza di Somalia balia con anelli svuotati dal castone

diamante finito a luccicare spezzato come un pane

sugli incisivi avidi ad ancorare facce

 

streghe e giullari sui roghi sono il desiderio d’ogni civiltà

assieme a chi crede che “gli scrittori hanno il diritto d’inventare”.

 

S.D.M. (dedicata a Saramago, in amicizia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I giovedì di Hanife Ana

Hanife Ana fu una nave di Istanbul che decise di incagliarsi malamente un giorno sulla costa pugliese. Alcuni viandanti la notarono, ne piansero per qualche giorno la dipartita, poi decisero (gente ottimista) di concederle lunga nuova vita intitolandole un’Associazione Culturale.

 

Nacque in questo modo Hanife Ana teatro jazz. Al timone, alla stiva, alla ramazza Gianfranco Fedele, Alessandro Melis, Savina Dolores Massa, Michele Porsia (poeti, scrittori, musicisti, pittori, attori, dormiglioni, pensatori, nervosetti). I marinai, mai fermi in un solo porto, decisero di far navigare Hanife per mari, accogliendo di volta in volta a bordo gente come loro, e anche no.

Dal 3 di maggio 2012, per un anno soltanto e soltanto nei giorni chiamati giovedì, la Nave getterà l’ancora a Oristano in via Sebastiano Mele 5/B.

 

Chi vorrà visitare la nostra poppa e la nostra prua, partecipare al nostro navigare, estasiarsi agli spettacoli che man mano si realizzeranno, dovrà munirsi di tessera anno 2012 (euro 10.00) dopo aver percorso la scaletta della nave (c’è anche l’ascensore).

Stavolta a bordo:

3 maggio 2012 ore 20.30

Rossella Faa, Giacomo Deiana, Nicola Cossu con lo spettacolo Sighi Singin’

 

Sighi Singin’ è un momento di riflessione su argomenti imbarazzanti “cose di cui si parla solo in confidenza”, accompagnato da canzoni in lingua sarda nella variante campidanese e nelle sue molteplici espressioni.

 

Con Rossella Faa e la sua grande autoironia in scena Giacomo Deiana alla chitarra e Nicola Cossu al contrabbasso.

 

Sighi singin’ mette in scena momenti di vita quotidiana in cui la donna si trova ad affrontare problemi più grandi di lei. Cioè? La paura delle blatte, dei ragni, dei topi, delle corna, dei fantasmi, della guerra, della fame.

 

 

 

Abà

Domenica 22 aprile, Oristano, Teatro Garau, ore 21.00

 

“Abà!” è un concerto basato su improvvisazione libera e su composizioni originali di Gianfranco Fedele (pianista, compositore, arrangiatore, diploma di I Livello – Triennio Jazz presso il Conservatorio “G. Pierluigi da Palestrina” di Cagliari), composizioni nate in Sardegna e che di questa terra portano il sapore in retrogusto. Una musica che può essere a pieno titolo inserita nella categoria del jazz contemporaneo europeo e che, oltre alle varie fasi storiche di sviluppo del jazz fino ai giorni nostri, riflette anche, in filigrana, le atmosfere della musica popolare delle varie culture del Mediterraneo.

 

Il percussionista Alessandro Cau, da Santa Giusta, attualmente allievo di Stefano Battaglia presso Siena Jazz, utilizza con maestria e con una spontaneità quasi “naïf”, oltre agli strumenti percussivi e batteristici tradizionali, oggetti di uso comune e strumenti da lui ideati.

 

Gavino Murgia, nuorese, sassofonista, cantante, suonatore di launeddas e altri strumenti, è uno degli artisti di maggior calibro della scena jazz contemporanea internazionale. Un musicista che vanta collaborazioni importantissime (fra le tante, Paolo Fresu, Bobby McFerrin, Gianluigi Trovesi, Antonello Salis, Danilo Rea, Al di Meola, Paolo Angeli, Hamid Drake, Mauro Pagani, Gianna Nannini, Massimo Ranieri, Andrea Parodi, Vinicio Capossela, Piero Pelù, Piero Marras, Tazenda, Luigi Lai, Elena Ledda, Noa) e che da sempre porta in giro l’anima musicale della Sardegna e i suoi suoni più autentici, mischiati a diverse altre influenze della musica jazz ed etnica mondiale.

 

La performance musicale sarà coadiuvata dalla lettura di alcuni testi inediti a cura di Savina Dolores Massa (scrittrice) e Alessandro Melis (attore).

 

La prima di “Abà!”, nuova produzione di Hanife Ana teatro jazz, è parte integrante di una serata di beneficienza dal titolo “Contro la violenza alle donne: Per Valentina”, che prevede una raccolta di fondi a favore di Valentina Pitzalis (Carbonia), giovane vittima di un grave episodio di violenza, che ha bisogno di aiuto economico per sostenere le spese per i complessi interventi chirurgici ricostruttivi che sta affrontando: leggi qui gli approfondimenti sulla vicenda.

 

 

 

Occiduo

 

Getterò a terra i capelli e i seni

capirai nell’ora dell’occiduo

che nessuna ombra di faro

farà tremare l’ossessione

di colmarsi le tasche di pietre

e andare, saltando l’onda.

Nel passato i bambini ammalati di febbre

venivano immersi nel mare: si guariva

o si moriva,

Non voltarti! non sarai assassinato

da queste mani cangianti.

Hai mai udito la risata delle mani? No, tu no

sordo alla sapienza di falangi senza oro di promessa

decorate di penne d’oca scribacchine

luride della terra da fosse:

per bestioline con contratto d’amore a termine.

La violacciocca strazia la gola

negli aprile del pesce burlone

poi giunge maggio

e il 22 ci si scalza: tradizione.

Non voltarti! È spiacevole la visione di me

grotta immuschiata, odore di carogna di cent’anni.

Un cavallo vagò nell’acqua, gonfio il fianco

nessuna tasca per precipitare

al fondo

di sé? Di me.

Non ho mentito in una sola riga

tu sempre, Maestro.

(S.D.M.)

Adesso silenzio

di Antonia Piredda

Ti raccontai di lune nel travasare cielo da una brocca sbrecciata con
labbra ibride del sogno. volavano come nuvole, le parole, non si posarono mai sulle nostre vite, davvero. andavano svelte, anticipi di
desiderio, a piccoli passi sulle pieghe inventate. rasentavano
l’assoluto e necessario, per capirsi.

mi dicesti di soli lontani e vivaci, furibondi nel loro andare,
guerrieri per se stessi pacieri di lotte rilette ad ogni ora, di una
memoria ferma e sicura, che non dava tregua, nessun armistizio era
concesso. passeggiavi dentro il mio universo con musica di dita da
terra lontana che scuoteva i vulcani sotto e sopra i miei passi.

dentro bolle miracolose si stava ad amarci.

ma l’inganno del suono cadde dagli astri, entrambi primi carnefici dell’altro, si ruotava su assi opposte che né linea né trama avrebbero
mai incontrato. e come troppi furono i nodi che legarono i venti
soffiati con furia straripano ora gli argini e il viaggio prosegue
solitario. mai parole furono più insensate, mai tanto funambole,
aggraziate, inutili.

un definito silenzio merita ascolto.

 

Disacquata

 

Si guastò il mare tacendo il moto.

Non era mare

solo poca pioggia sulla faccia.

Se anche fosse esistito un ombrello da aprire

non avrebbe avuto il colore adatto al tuono:

annuncio di una primavera senza compassione.

Ci si asciuga. Si osserva che le unghie

sono cresciute con un fango capace di spiegare

ogni galera. Un paio di forbici per dimenticare

 

tagliando ortensie.

 

S.D.M.

(foto di Giusy Calia)

Alessandra Pigliaru – Sa pippia e s’ogu su Ogni madre

Come qualcosa
che sia rimasto fuori per errore
io vengo a visitarti, casa verissima,
dovunque.
E la visitazione è questa vita
che perde le pareti mentre avanza:
la perdita è infinita, e mi precede,
è accanto,
è alle mie spalle, e vivamente
abita nelle parole come a casa
.

[Silvia Bre – da “Marmo”]

In un’intervista del 1977 Anna Maria Ortese dichiara che scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. Come fare ritorno a casa. Come leggere. Ma scrivere e leggere, segnandone il più possibile l’attività relazionale che muove le due orientazioni, determinano il salpare dapprima da un porto conosciuto per poi riconoscere che quella scrittura e quella lettura ci somigliano, nella disappropriazione. In fondo si tratta solo di punti di avvistamento diversi, è la qualità della veggenza a renderli prossimi. È quella casa che per essere ritrovata deve essere smarrita e cercata dovunque, ancora e ancora, e che, come chiarisce Silvia Bre, perde le pareti mentre avanza. In questa somiglianza immaginifica e sensoriale si avvertono i profumi della familiarità misti ad un’assenza da noi quasi fantasmatica. Quando si varca l’uscio dopo tanto vagare si apre Ogni madre di Savina Dolores Massa, in quella feconda e impronunciabile perdita che cede il nostro passo e mantiene vivi. La scrittura di Savina è una visitazione che si rinnova di particolare grazia, non smetterò mai di ribadirlo; una grazia che inchioda alla responsabilità e alla bellezza.

Era una bambina di capricci: non faceva sogni strani, non vedeva fantasmi di seminaristi sotto i limoni, non si soffermava con gatti parlanti, non temeva il demonio e non beveva acqua santa. Non indossava scapolari, L’ho perso, e neanche credeva al malocchio.

Altre erano così, le normali.

Sei uscita strana, tu, aveva soffiato un mezzogiorno il padre dentro la sofferenza urlata da un chiodo battuto sull’incudine.

È uscita strana, quella, confidenza pomeridiana della madre a una vicina.[p. 41]

Rara è la capacità della scrittura di mettere al mondo creature fatte di carne e sangue alle quali ci si affeziona; e Savina ha questo dono, ci soffia dentro ed eccole lì con capelli neri neri, occhi spenti di stelle e bocche che non sopportano ingiustizia; è un talento che nessuna struttura indotta e imposta può colmare perché a essere messo in scena è una parte di sé, quella mancata, per agognarne la restituzione attraverso il cuore sacro della lingua. Lingua che non muore e che si rigenera ad ogni lettura. Lingua che può essere esplorata molte volte e che custodisce innumerevoli tesori, ogni volta come fosse la prima. Nel circolo di amore e sapienza c’è il desiderio di iniziare ogni cosa come se fosse l’ultima, esercizio di faticosa gestione perché indica un rischio che si crede degno di essere vissuto – lavoro profondo verticale e imperdibile. E Savina questo rischio lo corre ogni santa volta, lo ammette lei stessa quando si ha la fortuna di sentirla leggere e parlare dal vivo; lo fa intuire con la potenza e la sincerità di chi sa che la scrittura ancor prima di una professione condizionata dall’editoria è una scommessa di sopravvivenza, una postura resistente, un tentativo di strappare giorni all’assenza, un antidoto contro la soppressione del sé. È forse anche per questo che il percorso poetico-letterario di Savina Dolores Massa è tra i più interessanti e originali oggi in Italia.

Dopo aver conosciuto Maddalenina, protagonista del suo romanzo precedente Mia figlia follia, non si possono non notare le assonanze con le figure di donne che abitano le pagine di questa nuova raccolta di racconti. Una narrazione esatta che si muove tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento in Sardegna ma che si avverte tutta in presenza nel qui e ora come se varcando quella soglia domestica le si potesse incontrare toccare e addirittura ascoltare in tutta la irrinunciabile afasia della loro lingua materna. E sono proprio gli occhi di ogni madre i primi a guardarci frontalmente e a intimare di fermarci per riscoprire il carattere e il guadagno della cura.

Insieme ad un’ospitale filonzana della memoria – in piedi nel telaio della storia – prima di curvarsi per mostrare il filo del destino, proprio lì nella cruna di un tempo altro che ci appartiene, incrociamo donne di diverse età che si accompagnano si scontrano e si riconoscono vicendevolmente e che raccontano di come sia complicato esprimere affetti gesti e contraddizioni, di come sia doloroso vivere in un mondo che conosce la vendetta la guerra e la soperchieria come cifre del reale, di quanto si debba sacrificare in nome del contrappasso della storia. Queste donne tenaci e mortali non sono di nessuno e vivono nella diroccata epoca che passa e che miete i propri semi anche nelle terre sarde, senza falsi idoli o illusioni di redenzione terrena.

Quelle terre gridano anche loro che non sono di nessuno.

Nel passaggio d’età molti sono i nomi che Savina ci ricorda. Si tratta di un popoloso sottobosco di grembi gravidi e spesso asciutti, di padri e mariti vedovi che sperano in una inutile resurrezione, di figlie che riscoprono il doppio volto dell’acqua e del cielo dentro di loro. E poi ancora di unghiette di neonati simili a quelle di gomitoli gatteschi. Lo stesso oblio, al fondo, nell’amoroso sguardo. E un silenzio vociante, come un tonfo di pietra a ripetere Chischedda Maria Giustino Anna Sofia Liccu Salvatore Itria Lucia Annamaria Pissenti Arròsa e tutto il corredo commovente e coraggioso delle pagine di Ogni madre.

Una scrittura che si mette a repentaglio nella propria interezza non può che meritare una lettura altrettanto generosa, perché alle promesse definitive come quelle di Savina si risponde solo occhi negli occhi con la consapevolezza e la gratitudine di un incontro che non si dimenticherà facilmente.

(alessandra pigliaru) http://gliocchidiblimunda.wordpress.com

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[la foto in copertina è di Ico Gasparri]

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Altre letture di Ogni madre a cura di:

Silvana Cintorino

Anna Maria Capraro

Daniele Barbieri