Dio perplesso

Furono i monsoni a sconvolgere le sabbie

o il ghibli o lo scirocco

o perfino l’eco giunta dallo scivolare scivolare

lento dei ghiacciai dentro il mare d’Africa

o d’Artico non cambia

in questo mescolare lingue e mani

di un canto di colori e razze

pazze, gazze,

mazzi di calle di Venezia

vene vino vano

vanno

i mozzi di pescherecci viola

in cima all’Himalaya

nei pozzi d’acqua dolce di Pechino

a pezzi le pupille dell’incanto

a pezzi l’udito

lo stupore nel capire

che possedere gli occhi tondi

o scuri mandorlati

azzurri di Orgosolo o di Oslo

 

non cambia…

 

non cambia se ogni spiaggia sa di sale

univer sale

bassa marea

sale

perpetua migrazione

aquila volando

volando l’aquil – one

 

one dusu tres

acqueo sogno-

 

 

Ovuli spermatozoi feti

vi concedo un minuto esatto per pensare

per descriverne il colore

se di Mongolia, di Parigi, Afghanistan, Palestina,

Canada, Cile, Congo, Istanbul la piccante

oppure tra ciliegi in fiore della Cina.

 

Color nulla ancora è il principio di ciascuno.

Color nulla, poi giardino tra le doglie

identiche nel ventre di ogni donna

differente di ferente

la ferita in differita

la nascita in vagito ancora senza conoscenza

del divieto a comunicare perfino l’apparenza

 

mente chi non vede ali al pane

senza sale è quello di Firenze

assente a Buenos Aires

sente

sentenza

zattera disfatta del suo carico di ossa. Era fame.

Ora è assenza. Il mare sarebbe cosa pallida

se sparisse il cielo suo cappello. Blu.

Pitturami, invoca ogni alba di stagione

togliendosi le onde dalla bocca

pittur-ami

pittur-ami

ami non per ingannare i pesci

ami amami amali

ama ali come parola da insegnare

dopo il latte di mammella

come addio alla madre-

 

 

Trieste ha la sua bora che dipinge e scortica le pelli

assegnandoti un luogo del pianeta

che gira e gira mescolando idiomi

guerre carestie preghiere

e copulare

tra lenzuola, o stuoie, una scala a chiocciola

su una nube o dura terra, una capanna, un grattacielo,

un vicolo cieco, un labirinto.

Chissà se Minosse è mai esistito

e quello mezzo uomo e mezzo toro

ditemi almeno di che colore aveva gli occhi

 

cosa cambia…saperlo non saperlo

cosa cambia.

 

Ci rende tavolozze questo mondo

ma il sangue

quando suona

è rosso per ognuno.

Così ha deciso la Creazione:

lasciamo le cose come stanno.

 

S.D.M. (allo scrittore Giulio Angioni)

 

Capo Frasca, la sveglia.

 

Le ore non sono più fatte di sessanta minuti, ve ne siete accorti? Può darsi che mi sbagli, forse io le colmo troppo e ancora di più le vorrei colmare: le mie ore è come se si concludessero in venti minuti, anche cinque. So perché mi accade e perché accade ad altri. È la paura di non fare in tempo a dire e ad agire in questa compulsione di vita che ci è precipitata addosso. Eppure occorrerebbe fermarsi, calmarsi, ritrovare un pensiero preciso, capire. E agire. Ogni cosa che ci accade intorno non è un altrove astratto come potrebbe sembrarci. Ad esempio è la casa di un altro, un paese di cento o mille anime, è un nuraghe raso al suolo, è un tumore due tumori mille tumori, è agnelli a due teste, è vegetazione incenerita, è pesci massacrati da bombe che “giocano”, è un rombo d’aereo da guerra che fa male al silenzio, è veleno nelle falde dell’acqua. È furto dell’intera isola di Sardegna. Rubata, sì, perché mai nessuno ci ha domandato, Posso?, per stabilirsi arrogantemente in un luogo dove la residenza non ce l’ha. Avranno un regolare permesso di soggiorno? Non saranno mica clandestini? Tipo quelli di Sadali, dico, disprezzati perché “rubano il pane alla nostra gente”. “Quegli animali”, o tipo “Tutti questi zingari parassiti che ci prendono le case”. Che cosa ho sentito dire su queste ultime persone? “Se ne vadano a casa loro”. L’ho udito così tante volte da essere costretta a portarmi le mani sulle orecchie, rosse di vergogna a causa del sangue che mi accomuna ad altri sardi, che mi piaccia o meno. Si è detto, Vattene, alla disperazione e non a chi sta uccidendo persone e cose tra l’indifferenza, o la resa, di tutti.

“Se ne vadano a casa loro” adesso lo dico io, con la sveglia fracassata sotto i piedi, perché non è più tempo di contare lancette: il tempo è scaduto. Sapere che l’isola è diventata interamente una servitù militare, un nascondiglio di veleni non mi fa reagire in quanto sarda, ma in quanto donna venuta al mondo. Potreste non cogliere la differenza, eppure è enorme. Non mi desidero sola in nessuna battaglia, neanche in questa. Quando nel 1904 il 4 di settembre a Buggerru (Sardegna) uccisero e ferirono minatori in ribellione (animali), occorsero solo dodici giorni perché in Italia si organizzasse il primo sciopero generale dei lavoratori nella Storia del Paese. I minatori sardi non furono lasciati soli dagli “italiani”, e io ancora mi commuovo quando ci penso. Quella unione fu così bella, non lo pensate anche voi? Fu bella. Per questo, nel settembre del 2014, non rivendicherò alcun orgoglio sardo quando andrò sabato 13 settembre di fronte al poligono di Capo Frasca. Alle ore 4 del pomeriggio. (Qui la sveglia occorre).

Mi piacerebbe che chi vive questa terra in mezzo al mare – dal lavoratore giunto dal Senegal, al rom delle baracche, dal pastore all’insegnante, dai bambini ai meno giovani – si recasse in un luogo di morte legittimato, per dire, Basta!, nella lingua che vuole. E ancora di più vorrei la mano degli italiani limpidi, in nome dei minatori di Buggerru. Insieme, in nome di tutti.

Quei minatori non avevano nessuna bandiera addosso, solo scurezza di carbone, orgoglio umano e stanchezza. Eppure hanno vinto.

 

S.D.M.

Eros

Eros

 

“Fatti non foste a viver come bruti…”

Stupiti della follia nei cuori

mai della testa

snudate ci accostiamo le bocche

per parole con pupille

papille e

che sia squilibrio erotico

la poesia di ognuno

quanto intesa maldestra

roca o muta o d’orgasmo l’urlo.

E sia ancora, Scartavetrami la notte!

pronunciato da entrambi

nell’esorcismo dell’insonnia

contorsione di versi

kamasutra dell’immaginazione

stupro quanto amore.

Nessuna prudenza

nessun timore a procreare.

 

Promiscuità da non dire

ché non si ammalino di giudizio

gli idioti nelle strade.

Neppure le farfalle sappian niente.

 

Il mattino è solo un addio congiuntamente firmato.

 

S.D.M. (dedicata a g.a. – 4 settembre 2014)

Sssssssssssss

Scelse il bisso la sposa per la veste

il giorno che decise di essere per sempre

serratura

 

lei sapeva che solo una A divorata da uno squalo

era la chiave per l’uscio

d’ a – bisso sconveniente

 

l’abisso ha bisce per custodi

sassi per scivolare nei profondi

salmastri schiaffi sirene asessuate

immacolate scie supine

 

sopravvivere a quel sì d’altare

è una sconcezza per testimoni

assoldati per strada

straccioni scalzi

sorci senza sussidio

succhiamestruo mensile

di suore assetate di non santi

 

sputami il senso su questo sogno

sacrilego senno

 

anestesia

filosofia

Cristo

sorridimi assassino

stacca la spina

 

che savina

sparsa come lacrime

su chi se la passa spassa passando

 

anneghi nel sudario del sé

assordante.

 

(S.D.M.)

Estate

Questo scritto è pura fantasia, conviene dire così

 

Quando una (in questo caso io) decide di recarsi al mare da sola non necessariamente lo fa perché è abbandonata dal mondo, o sta sperando di essere abbordata e neppure perché adora i bambini tutti del Creato e gode fino al ventre il meraviglioso accadimento di vedere versato – almeno cinque volte -  sul proprio asciugamano con libro incorporato il contenuto intero di un secchiello d’acqua di mare. Un altro motivo per cui vado al mare da sola non è perché sono acida, ma sicuramente mi basta poco per divenirlo.

Quindi.

Care mamme e babbi, vi assicuro che quello scaraffone del vostro pargolo non diverrà certamente uno spietato sicario se gli insegnerete a farsi i castelli di sabbia senza rompere i…quelli, a chi di sculaccioni ne ha buscato solo se scordava di pronunciare, Buongiorno, la mattina, sottovoce, sempre, purché gentile.

Tornando al secchiello, alla prima sorridi di naturale istinto materno, boh, alla seconda getti un’occhiata agli asciugamani  – posizionati ad almeno venti metri dal tuo – lindi di papà e mammà intenti a farsi selfie per poi mostrarseli (come se non fosse più romantico semplicemente guardarsi e parlarsi l’un l’altra, boh). Alla terza secchiellata incomincio a sussurrare al cuccioletto disorientato, Mostro. Fino ad arrivare a pensare un, Spero di vederti annegato nel fossato del castello.

Questo succede alle povere donne sole e indifese quando vanno in spiaggia, poverine!

Accade anche altro, alle donzelle capaci perfino di disegnarsi la lebbra addosso pur di godere una pace sognata per un inverno intero, quest’anno pure lungo. Accadono i maschi falchetti, incapaci, e siamo nel 2014, di cambiare la formula, Scusa, hai da accendere?, e ovviamente, giacché non puoi rispondere con un lapidario NO poiché hai tre nervose sigarette in bocca, mentre cerchi l’accendino il falchetto è già accomodato a dieci centimetri da te. Non ha alcuna sigaretta né in bocca né in mano, per cui giunge il mio, Togliti dai…quelli. E caldamente consiglio, Impegnati affinché il tuo flusso sanguigno si diriga verso il cervello e non resti sempre stagnante nell’uccello.

Formula collaudata anche la mia. Funziona. Filano via, ma senza umiliazione addosso. Cacciatori. Sguardo già puntato verso altro asciugamano con preda sola.

Sapete invece che cosa non mi disturba affatto nelle mie fughe marine? Quei lavoratori carichi come muli da soma, che camminano e camminano accanto alle nostre vacanze solo per dirti, Vuoi comprare?

Invece lo vedo, il disturbo arrecato ai genitori del Mostro. Cacciano via il mulo come fosse un’ape. Che invadenza! Che orrore! Sicuramente gli puzzerà perfino l’alito: di sete. Poveri aliti con dieci cappelli in testa e cento braccialetti dai polsi fino al collo, andate via, state offendendo il profumo delle nostre costose creme solari. Della nostra intera economia.

…Quelli.

 

(S.D.M.)

Sono qui

Per ogni amore ucciso

sono qui

per ogni infanticidio e femminicidio

sono qui

per gli arti mutilati degli uomini

sono qui.

 

Per questo non comprendersi gli odori, ricoprendoli con polvere da sparo. Per questo incenerirsi abiti ed errori,

parlo,

provando a immaginare quale potrà essere la gioia di edificare nuove abitazioni sopra il furto di una terra che saprà a vita solo di decomposizione: di persone, di libri, nonni, scarpe,

gatti e enigma d’ossessione.

 

La Terra, partorendo, mai scelse i propri figli. Li mise solo al mondo, insegnando loro a convivere ridendo. Cos’altro conta se non la gioia del dirsi, Ti amo, ma solo in nome mio,

 

e che Dio stia in una nicchia personale, se si vuole, ma zitto, scoprendolo incapace al controllo del diritto.

 

Sono qui

distante dal capire, parlando una lingua differente dalla vostra

che sarebbe così bella da imparare

così come bello sarebbe per voi comprendere la mia.

 

Per questo sono qui

ma non mi vedete:

è troppo il fumo scuro

che determina distanze.

 

La sola cosa che otterrete saranno forse fiori nuovi

ma tutti

dolorosamente

rosso sangue.

 

S.D.M.