
Nel vuoto arioso del mondo – Mariangela Sedda (ed. Il Maestrale 2011)
Ogni volta che si legge un libro, un bel libro, ci si rivela un’anima, una sensibilità particolare, inevitabilmente ricchezza cui attingere.
Ma, come ben sappiamo, spesso sono i libri a leggere noi, ed io debbo confessare che scorrere le pagine di quest’opera è stato compiere un viaggio dentro di me, un addentrarmi nei giorni di un tempo trascorso. Era la mia storia, quella dei miei anni e del mio scoprire la realtà; era, nella sua prima parte, il rivivere di un mondo e di una cultura ancora radicati nella propria ragione d’essere, ma pericolosamente vicini all’inesorabile mutazione che li avrebbe portati via per sempre.
Perché questo è molto più che un libro di racconti a tema, e le delicate sfumature del romanzo di formazione individuabile tra le sue righe arricchiscono i colori un affresco della memoria che ci consegna scorci quotidiani, ritratti di varia umanità, fotogrammi di interni, quadri, cartoline .Il tutto reso con pochi tratti, lontani da indugi o compiacimenti descrittivi, con quella intensa e raffinata semplicità che da sempre caratterizza la scrittura di M, capace di tessere l’ordito della condizione umana nella quotidianità di esistenze povere di eventi, tasselli importanti per una penna che da sempre analizza nel profondo le mutazioni antropologiche che la storia sembra passare sotto silenzio, così come fa con i sentimenti e le vite individuali .
Ma si sa, certi libri sono il nostro album di famiglia, il nostro patrimonio genetico.
Vita etica e civile, sentimenti ed emozioni, tutto viene e viene da essi intensificato .
L’opera prende il titolo, è chiaro, da una frase de “Il treno ha fischiato”, celebre novella di Pirandello, ma il vuoto arioso che qui si offre all’immaginazione sono i grandi spazi e l’infinità di mondi che la lettura ci regala. Da percorrere, sperimentare, fare nostri.
La struttura che Mariangela ha voluto conservare, nonostante l’allettante proposta della Martini e Castoldi che si offriva di pubblicare la storia modificandola, crea una straordinaria varietà di percorsi, un infinito gioco comunicativo con il lettore.
Ma soprattutto riesce (e mi si passi il termine terribile), a deculturizzare la lettura, restituendole la sua funzione originaria, che è erotica nel senso più autentico del termine, quale pulsione di vita. Perché la lettura crea. Crea il mondo intorno a noi, gli dà forma e colore, ne amplia gli orizzonti, accende l’amore per la vita offrendoci opzioni altrimenti impensabili. Ed è soprattutto creatrice del nostro essere, in quanto determina ed intensifica il nostro processo di articolazione della realtà e ci educa alle emozioni.

Lo tocchiamo con mano tutto questo, attraverso le esperienze di quell’io pronto a mutarsi in tu che focalizza, nella scoperta delle “Lettere a Milena” di Kafka le proprie inquietudini adolescenziali ed il distacco dalle certezze granitiche e spesso superficiali dei propri coetanei, mentre Sartre offre risposte diverse alle sue aspirazioni.
E ci permette di capire come, in una sola notte, la lettura di S. Satta e del suo “Il giorno del giudizio faccia emergere le sedimentazioni profonde delle proprie radici quando richiama su “dal fondo dell’anima la cultura materna, -che, scrive l’autrice, è -“preistoria e radice dei miei sentimenti: substrato, limo, linfa, segreti e benefici”. Mentre si rafforza e rimane intatto il nucleo più profondo dell’io, quello che, solo, ci induce a resistere ai tentativi esterni di conformismo e livellamento per mantenere intatte le aspettative sul nostro ruolo nella vita.
L’opera si divide in due macroparti.
Nella prima il narratore, attraverso il suo personalissimo processo di maturazione , racconta il nascere del suo patto segreto con i libri, oggetti dalla vita fisica autonoma che spesso si svolge in epoche diverse di cui conservano sempre traccia e palpiti, tanto da farci improvvisamente ritrovare tra gli orrori di una trincea sull’Isonzo. E, insieme, il piacere, tutto proustiano, di riaccendere sensazioni perdute, come sentirsi avvolti dai nembi rosati dei petali di un albero di Giuda in un assolato pomeriggio cagliaritano.

L’itinerario, costellato di ricordi, intuizioni, scoperte e riflessioni ricamate con grande leggerezza ci mostra, in controluce, il ritratto di una società e la storia dei nostri trascorsi. Gli anni del secondo dopoguerra, con la svolta epocale dall’immobilismo alla modernità, verso la società dei consumi, quando i nostri paesi cambiavano pelle.
C’è il respiro dell’Italia che riprendeva a vivere.
In ordine alfabetico sfila di fronte a noi tutto un mondo capace, per chi appartiene alla generazione di Mariangela, di evocare ricordi d’infanzia.
Che emerge con forza e con delicatezza, perché le competenze narrative, filosofiche e sociologiche di M. si vedono tutte, in quel quotidiano fatto di storie minime, di accadimenti semplici, dove tutto concorre a creare atmosfere.
M. percorre i nostri decenni attraverso cose semplici, dettagli, oggetti. Un frigorifero, gli alti scaffali in noce del prozio canonico, i mobili massicci e scuri che nelle case signorili resistono al diffondersi di quelli svedesi, in teak chiarissimo, le aule tristi e grigie ricavate da vecchi edifici umbertini, le passeggiate delle domestiche il giovedi sera, il loro ritorno a casa per la spiga, le figurine di calciatori e di attori che si scambiavano a scuola.
Ritroviamo, chiarissima, la funzione allora ricoperta della lettura attraverso il controllo delle istituzioni e della scuola, l’uso pedagogico del libro e la sua creazione di una memoria condivisa e di un collettivo senso comune in anni di difficile ricostruzione politica e sociale.
Che dire poi dell’agiografia più di quanto non racconti quel piccolo capolavoro che è “Devozione”, con quel “Manuale di Filotea” diventato difesa contro gli assalti della vita, regola e ritmo per scandire le giornate secondo un ordine tanto rigoroso quanto rassicurante da opporre al disordine della vita.
Come sempre attentissima a quanto vive la nostra terra, Mariangela ci offre una panoramica disincantata della produzione sarda, e quindi, oltre le vette, anche le pubblicazioni perennemente in bilico tra il turistico e il letterario, quel dannunzianesimo deteriore “ che non risparmia neppure la solitudine dei nuraghi”, ma soprattutto i piccoli e fondamentali libri di poesia sarda, che riescono ad arrivare ovunque per le vie più diverse, in una sorta di ideale quanto vitale stoà che attraversa l’isola.
E c’è inoltre, in pagine di alta e quasi surreale poesia, il simbiotico rapporto tra Storia e storie.

La seconda parte ci offre invece, sempre in ordine alfabetico, i segreti di un’autentica “scuola di lettura”.
Ed ecco esperienze, racconti in flash back, riflessioni ed illuminazioni.
Forse le scintille che hanno animato la vita di un’insegnante che amava tanto i libri da far dire ai propri ragazzi che solo in un libro avrebbe potuto essere seppellita . E qui l’io narrante, che ha ormai raffinato la propria passione per la lettura, riesce a trasmetterla agli alunni di istituti disastrati come piacere puro, alla Nabokov, e cioè misurabile con il brivido che provoca sulla schiena.
Ma ogni esperienza estetica, si sa, si traduce in pietra fondante di un’etica solida, forse di più di quanto non permettesse quell’indistinto pozzo della letteratura, comunque amatissimo, che erano i testi scolastici degli anni 50, concepiti ad uso edificante.
E così ragazzini prima affascinati unicamente dal rombo dei motori e dal sangue grondante dei romanzi horror, si aprono all’empatia con“la metamorfosi” di Kafka, che diventa mitico come Vasco, mentre “I morti” di Joyce incanta i cuori di sfarfalleggianti mariposas.
E si può sognare di salvare l’editoria in crisi con i nove libri che l’amata insegnante fa comprare in un anno.
Il che, a pensarci bene e facendo il calcolo di tutti gli studenti di tutte le scuole, forse non è un’idea del tutto peregrina.
Ma questo il libro di Mariangela non lo dice.
Anna Maria Capraro